Una  struttura verticistica di soli uomini che hanno il monopolio del sacro ne è la radice.

Di  Clelia Degli Esposti  -  13 giugno ‘22

“La vulnerabilità di cui parlo, scrive Paola Cavallari,  non è imparentata con alcuna vocazione al sacrificio…..

essa riguarda non già la costrizione, l’umiliazione, l’afflizione, morale fisica e simbolica, che avvolge chi è schiacciata, manipolata, inferiorizzata da un altro, bensì il suo capovolgimento: esso è analogo a quello cui le donne hanno dato forma nella rivoluzione femminista, assunzione consapevole del corpo, dei sentimenti, della sessualità”. [1] Un tema questo della vulnerabilità molto interessante che è al centro del nostro interrogarci sul patriarcato e sul suo persistere come un fantasma “incorporeo, potente, intangibile”, scrive Gilligan, perché esso, svolgendo una funzione psicologica, ci protegge dalle emozioni e ci “corazza contro la vulnerabilità dell’amare”. [2] E’ stato proprio con sguardo femminista e sollecitata dal rovesciamento operato da Cavallari, che mi sono accostata al tema della vulnerabilità  legata alla  piaga  degli abusi nella chiesa cattolica contro le religiose da parte del clero, abusi che rientrano nella generale violenza patriarcale sulle donne dentro una istituzione ecclesiastica misogina, ma che hanno delle caratteristiche molto particolari  che rivelano i meccanismi criminali innescati dal potere del sacro in mano a una casta di maschi e si riconducono tutti ad una perdita di libertà delle donne coinvolte, nonché spesso ad una loro colpevolizzazione. Gli abusi sulle donne, pur essendo quattro volte più numerosi di quelli sui minori (rapporto Sipe 1994), non hanno avuto la stessa visibilità, né la stessa capacità di emersione, men che meno quelli sulle religiose.  Pur essendo questi ultimi noti da secoli, solo negli anni novanta del secolo scorso  la  suora irlandese  Maura O’Donohue  denuncia per la prima volta pubblicamente, inascoltata,  che molte suore in Africa vengono abusate dai preti che si sentono cosi  protetti  dall’aids. Ma sarà il documentario francese di Arte in cui le suore abusate cominciano a parlare e a raccontare le loro drammatiche storie, ad aprire finalmente una breccia. Fra mille difficoltà e minacce, religiose ed ex religiose iniziano a parlare. Nel 2015 esce in Germania il libro di Doris Wagner Reisinger “Non più io”. Doris, in un webinar, (organizzato il 16 settembre 2021 dal nostro Osservatorio interreligioso sulla violenza contro le donne, da Donne per la Chiesa), con la partecipazione di Paola Lazzarini,  presidente di Donne per la Chiesa, ci racconta  come il centro della sua vicenda sia il sistema di isolamento; definisce la sua storia “la regressione di una personalità”. Denuncia il suo abusatore che subisce un processo ecclesiastico e viene assolto. Non viene creduta, come tante altre, come la vicenda della suora che, aiutata dalle consorelle e da una illuminata superiora, denuncia padre Fedele Bisceglia di Cosenza  per un abuso sessuale. Anche questa vicenda è stata presentata in un nostro Webinar (organizzato il 28 maggio ‘21) dalle stesse associazioni di cui sopra insieme ad Voices of Faith e Adista) con Gianna Giovannangeli, ex religiosa che ha seguito la vicenda con un impegno personale. La denuncia è fatta ad un tribunale civile, ma il Bisceglia viene assolto per non aver commesso il fatto. Il tribunale civile non ha creduto alla suora. Qui stiamo parlando di abusi sessuali, ma l’abuso sulle religiose segue diversi gradi prima di sfociare nella violenza sessuale e può anche fermarsi prima, ma con le stesse devastanti conseguenze: esso parte sempre da quello di potere spirituale o di autorità, che spesso è di difficile decifrazione da parte delle vittime, perché scattano meccanismi di manipolazione, nonché l’incredulità rispetto a ciò che sta succedendo, perché il sacerdote, che  è colui cui la vittima si affida in una relazione asimmetrica e di dipendenza, fa leva sulla autorità del suo ministero e sulla sua missione divina.

“Mi sentivo sola e gli chiesi di essere il mio direttore spirituale. Lui mi disse: Dio ti ha messo nella mia vita, Dio mi ama attraverso di te. Al centro lui mette Dio e l’amore. Da qui uno stato di confusione, paura, vergogna; ti senti in trappola e consenti gli atti perché non riesci a capire. Non puoi parlarne perché ti dicono che sei tu, la donna, che deve porre fine.”(testimonianza di Marilyn, ordine di Sant’Agostino, da un Webinar  organizzato da Voices of Faith).

 C’è la cultura del segreto, sia quello imposto alle vittime, sia quello dell’esercizio di una sessualità  mortificata dal celibato e per lo più repressa . Quando la religiosa riesce a comprendere cosa sta accadendo, l’abuso appare come  la scintilla della metamorfosi  liberante.

Ma la vittima non viene colpevolizzata solo per la sua sottomissione a questa coercizione, bensì anche per la  sua “fragilità”, perché persona vulnerabile, persona con un particolare profilo psicologico o con carenze affettive. Scrive il teologo cileno Fernandez: “In un contesto ecclesiastico le vittime vengono colpevolizzate perché minacciano la santità della chiesa. Se sono colpevoli, la chiesa è salva”.[3]  Queste idee “attribuiscono ingiustamente la colpa a coloro che hanno subito l’abuso”, afferma  Isabelle Chartier-Siben, medico, psicoterapeuta e vittimologa francese,  collaboratrice della CIASE (la commissione indipendente che in Francia ha indagato sugli abusi) che abbiamo incontrato in un altro Webinar ( organizzato sempre dalle associazioni nominate)  il 23 marzo 2022, insieme alla FDEI. Viene avviato dunque un processo di colpevolizzazione della vittima.

  Fernandez  distingue  tra la vulnerabilità speciale, quella relativa a fragilità, a stati di infermità fisica o psicologica, e la vulnerabilità radicale; ciò mi permette di congiungermi al mio punto di partenza, al capovolgimento che Cavallari fa, facendo riferimento alla rivoluzione femminista. Fernandez (è un uomo) usa la chiave antropologica e scrive “da un punto di vista antropologico la vulnerabilità radicale rientra nella condizione umana. Non è una carenza di un determinato gruppo, ma una caratteristica comune degli esseri umani…..indica la capacità di essere esposti agli altri, mentre essere esposti agli altri implica la possibilità di essere feriti…..Rende le persone aperte agli altri e suscettibili all’amore, ma anche  all’abuso. L’apertura agli altri implica sempre un rischio”.[4]

E ancora, richiamandomi a Judith Butler: “Non siamo mai vulnerabili e basta, ma sempre vulnerabili a una situazione…a una struttura sociale, a qualcosa su cui facciamo affidamento e in relazione alla quale siamo esposti…Essere dipendenti implica vulnerabilità”. [5] Essa è dunque una caratteristica delle nostre vite, una componente fondamentale dell’esistenza umana.

Perciò l’abuso avviene approfittando della apertura umana e non per una carenza della vittima.

Il rischio dunque è da ricercare nel particolare contesto in cui la persona si trova,  un contesto di una relazione asimmetrica e che è uno spazio di potere, come osservavo sopra. E’ questo contesto che stato oggetto di attenzione da parte di molte studiose,  come suor Mary Lembo e Anna Deodato, che abbiamo incontrato, assieme a Caroline Pierrot, vittima e presidente di una associazione di vittime francese, in un webinar online il 3 giugno 2022 (Organizzato dalle stesse associazioni di cui sopra), nonché da parte della teologa tedesca Ute Leimgruber che incontreremo in autunno. Esse lo collocano nella relazione di cura pastorale dove perpetratori (predatori li chiama Pierrot) e vittime si incontrano, dove si stabiliscono relazioni di fiducia che spesso vengono violate (abuso di fiducia), soprattutto per un aspetto deficitario della cura pastorale. La consapevolezza della vulneranza nella cura pastorale permette di leggere l’abuso in un’altra chiave,  ma permette anche di indagare su situazioni di dipendenza e manipolazione su donne non religiose che frequentano la chiesa, che si affidano alla guida di un prete, situazioni  che mettono allo scoperto le cause strutturali di ogni forma di abuso, radicate nella istituzione. Uno studio  di Diana Garland riportato da Leimgruber, si afferma infatti che negli Stati Uniti “il 3,1 per cento delle donne adulte che frequentano un servizio religioso almeno una volta al mese è stata vittima di cattiva condotta sessuale del clero, a partire dai 18 anni”. Esiste dunque una correlazione stretta, una interdipendenza, fra le categorie di vulnerabilità e di vulneranza intendendo questa ultima come capacità attiva di fare del male sia da parte del pastore, sia sistemico da parte della istituzione poiché “il contesto pastorale è ambiguo, ambivalente, intriso di potere e di dipendenze e quindi potenzialmente violento….non esiste una situazione pastorale “innocente”, nessuna relazione pastorale si svolge alla pari. (Leimgruber).[6]

 Deodato, basandosi sulla pratica dell’ascolto delle vittime, individua diversi nervi scoperti nella relazione di cura pastorale: il rapporto fra potere e la scelta della obbedienza, l’intimità che si crea nell’accompagnamento spirituale, il sistema chiuso della comunità religiosa, la centralizzazione dei ruoli (idealizzazione del leader e svalutazione di altri membri della comunità), il controllo sulla libertà delle persone, la debolezza del discernimento. A questi Pierrot aggiunge l’ambito della confessione: “la nostra vulnerabilità è quella di credere,  di essere assorbite in un sistema piramidale al cui vertice tutto di noi viene riferito. L’abuso commesso dai preti  ha tutte le caratteristiche dell’incesto”. Quest’ultima affermazione apre una nuova dimensione di indagine: la comunità è come una famiglia, quindi si tace e si copre.

Mary Lembo che si è occupata della formazione delle giovani religiose, ha lavorato sulla vigilanza, sulla stima di sé, sulla consapevolezza di ciò che la religiosa vuole approfondire per la propria fede o si aspetta nell’incontro con la guida spirituale. Ha anche parlato di giusta rabbia.

Ma è chiaro che al di là di serie e opportune linee guida per gli operatori pastorali, il nodo resta sempre la disparità di potere e di autorità in una struttura verticistica di soli uomini che hanno il monopolio del sacro e del divino. Virgina Woolf scrisse che le donne sono condannate dalla società a fungere da specchi  che riflettono gli uomini grandi il doppio . E’ ora che poniamo fine a questa società dello specchio: “La nostra società non ha più bisogno di guida spirituale, è diventata maggiorenne”.[7]

 

 

[1]Paola Cavallari,  Per una coscienza della forza debole della profezia,  Atti  del convegno Fedi e femminismi in Italia: la profezia delle donne, trascendenza ed esperienza  nell’orizzonte di una fede incarnata, Bologna, 2021, di prossima pubblicazione.

[2] Carol Gilligan, Naomi Snider , Perché il patriarcato persiste, Vanda Edizioni 2021.

[3] Fernandez, Abusi di potere spirituale e colpevolizzazione delle vittime, Adista 15 maggio 2022, traduzione  di Ludovica Eugenio.

[4]  ibid.

[5] Judith Butler, La forza della non violenza, traduzione di Federico Zappino, Edizione Nottetempo 2020.

[6] Ute Leimgruber , Abusi sessuali del clero su donne e uomini adulti,  in Adista 25 marzo 2022, traduzione di Ludovica Eugenio

[7] Mary Daly,  Al di là di Dio padre, Editori Riuniti, 2017